Marnero: poeti e pirati che raccontano la realtà meglio della realtà stessa.

Credits: Luca Giorietto

 

Tra le poche certezze della vita c’è questa: ogni volta che ascolti un disco dei Marnero trovi spunti nuovi. Nella musica e nei testi.
Fresco di uscita, il nuovo disco “Quando Vedrai Le Navi In Fiamme Sarà Giunta L’Ora” è un concentrato di idee e di energia, ma anche di riflessioni, arte, rabbia, gioia, disillusione e sogni.
Insomma… la ricetta che tanto ci piaceva è stata ulteriormente perfezionata… e questo disco si colloca già tra le cose più belle uscite nel 2018.
Abbiamo intervistato Nico, in arte John D. Raudo, cantante e chitarrista della formazione Bolognese. Se nei testi ha tanto da dire, questa intervista non è da meno. Anzi… Leggete e godetene tutti!

Per chi ancora non avesse avuto modo di ascoltare questa ottima uscita (Epidemic Records, insieme a tante altre belle realtà italiane), eccola qua. Trovate anche il link per ordinare Vinile o CD.
Buona lettura!

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1) Cosa puoi dirci sulla Saga che accompagna i vostri dischi? Siamo ormai al quarto LP di questo concept e sembra essere stata una scelta fortunata, che ha aggiunto qualcosa di insolito alla musica e ai testi, già di ottimo livello di per sé.

Ti ringrazio ma non abbiamo pianificato una Saga! (…) Gab, era una battuta. Ma in realtà è vero, non abbiamo pianificato una Trilogia a tavolino, all’inizio. Diciamo che è Capitan Senno di Poi che ci può aiutare a trovare i fili conduttori nelle tematiche dei nostri 5 dischi. Innanzitutto quasi tutte le nostre storie parlano di mare, di navi, di porti, di porte. Il mare, dove le cose si muovono e gli uomini non sono i padroni, è l’unico luogo del globo ancora libero. Il mare ti può spostare in qualsiasi direzione, sia orizzontale che verticale, ed è l’ultimo luogo anarchico che non può essere recintato, dove l’uomo non può dettare le sue leggi e non ha dominio nei confronti di una natura che sa essere ancora tremenda. E poi il mare è fatto di acqua, il simbolo per eccellenza della vita che scorre indifferente, che è incapace di fermarsi, che filtra tra le crepe del mondo. Poi, in tutti i dischi della Trilogia si parla del Fallimento, inteso come rivoluzione, come motore positivo, come volontà di fallire, andare al fondo delle cose, come possibilità di vivere una nuova vita. Ma esistono vari tipi di fallimento. In Naufragio Universale (2010) è l’intero universo a collassare, e il disco finisce con questa persona che racconta la sua storia mentre sprofonda, volontariamente, sul fondo del mare. Ma il tipo sopravvive, ed ecco appunto Il Sopravvissuto (2013). Qui non è il sistema a fallire, ma è l’individuo che va a sbattere contro i suoi Mostri. Il naufrago che si trova al centro di questo Oceano delle Possibilità scopre che l’identità che credeva di avere non è altro che la somma di limiti e catene che in parte gli ha dato la società, e in parte si è messo da solo. Nell’ultimo capitolo, La Malora (2016), “Io” è finalmente costretto, per la prima volta, all’incontro con altri Sopravvissuti: si passa dall’Io al Noi.

2) “La Malora“, appunto, il capitolo precedente, è uscito in vinile e CD, ma è anche il titolo di un romanzo che porta la tua firma. Come si propone questa versione? Cosa ha in comune col disco e cosa invece è unicamente caratteristico del romanzo?

La Malora conclude la Trilogia del Fallimento, ma può essere letta anche come una storia a sé (puoi farlo anche qua). Purtroppo, nessuno mi ha mai regalato per natale il dono della sintesi, così al momento di mettermi a scrivere i testi per il disco La Malora, ho buttato giù la storia senza preoccuparmi del vincolo della metrica. Risultato: 180 pagine. Da quelle pagine ho estratto i testi delle canzoni, per poi rendermi conto che non vivevano di vita propria, avevano bisogno di un contesto in cui inserirsi, e le canzoni non bastavano a raccontare i personaggi. A quel punto è arrivato Matteo di Bébert, che mi ha proposto di pubblicare il romanzo e allora ecco che il parto della Malora è diventato bicefalo e siamese: due dischi, un libro, 4 parti di una Trilogia fallita. Si può ascoltare il disco, si può leggere il libro, o si possono fare le due cose assieme, che è quello che noi consigliamo per poter approfondire un po’ la storia di questi personaggi. Sono personaggi archetipici, che all’interno di una Taverna raccontano la loro storia, e ogni personaggio è multiplo: potrebbero essere le varie personalità frammentate di un unico Sopravvissuto, oppure potrebbero essere la sintesi di mille personaggi diversi che trovano in loro una rappresentazione simbolica. E non sappiamo neanche chi sono davvero questi personaggi. Sono io, sei tu, siamo noi. Boh. Non lo sanno neanche loro. Hanno rinunciato al proprio nome. È solo spogliandosi della loro identità, dei copioni, delle loro maschere, dei loro volti e dei loro ruoli che riescono finalmente a riconoscersi, dissolti nella vulnerabilità, nella nudità, con tutte le loro ferite e le loro colpe. E l’identità perduta libera le loro anime nomadi e forma un Noi.

3) Poi arriva “Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora“: è uscito da poco, ma sembra aver già raggiunto il cuore di tante persone che vi seguono. Cosa c’è di nuovo e cosa c’è di consolidato in questo nuovo capitolo?

Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora in realtà è fatto di canzoni che possono esistere anche da sole, ma poi anche queste sono legate: sono storie in cui finalmente si passa dal Noi al Loro. Quindi c’è un filo rosso che unisce Il Sopravvissuto con La Malora e con Le Navi in Fiamme, il pronome: da Io a Noi, da Noi a Loro. Perché, come dice WuMing II, nel Prologo, “Noi siamo Loro”. Noi siamo Loro, Io sono Loro, Loro sono Io, Io sono, Loro sono, se ci pensi il verbo è lo stesso. Loro sono una folla in marcia, di volti anonimi e per niente speciali, facce meticce delle minoranze.

Nei testi, questo disco nuovo è anche molto terrestre: oltre al mare c’è la pioggia, e ovviamente il fuoco.

Loro sono in marcia fra le macerie di una civiltà ormai distrutta, le rovine di un intero mondo quasi estinto, che procedono fra i detriti, nelle tenebre, inciampano, cadono, si rialzano. Attraversano le macerie del disastro con i piedi incatenati al proprio cammino, malgrado tutto. È l’accampamento di una resistenza, segnalata da un fuoco: magari è solo una scintilla, o la poca brace residua di un vecchio fuoco che forse è ancora acceso, ma va assolutamente tenuto in vita.

Musicalmente, e come attitudine, ci pare evidente il fatto che il disco sia più diretto, anche più rabbioso, nell’etimo della parola hardcore: tutti i nostri dischi sono politici, parlano di liberazione, ma questo lo è in maniera meno metaforica: crediamo dipenda dal bisogno di reazione che sentiamo rispetto all’ambiente che ci circonda. L’emergere delle nuove destre, non tanto nei partiti politici neoliberisti securitari, quanto nella mentalità della gente comune in strada, e la necessità di resistere al cerchio che si stringe intorno agli spazi occupati, sono sicuramente due buone ragioni per uscire di casa e provare a narrare, un po’ meno metaforicamente, il bisogno di resistere a questo assedio, malgrado tutto. È già tardi? Forse no.


4) La Bologna autogestita e politicamente attiva sta vivendo una fase di forti pressioni politiche. La città è senza dubbio cambiata negli ultimi lustri. Come band e gruppo di persone attive sul territorio, come vivete questa cosa? Che cosa potrebbe aiutare gli spazi autogestiti e la creatività che sorge dal basso a superare questa ondata repressiva e di appiattimento culturale?


A Bologna si manifesta lo stesso problema che c’è in tutta Italia, anche se la città è ancora governata dal Pd (numeri elettorali alla mano, si potrebbe suggerire un nuovo acronimo per il Pd: Piccola Destra). L’apologia dogmatica della legalità da parte del Pd, ben prima che il gran Cancelliere Matteo II salisse al potere e ordinasse un “sgomberate tutto”, aveva anticipato i lavori: sgomberi violenti di ex Telecom, Atlantide, Labàs, Crash, pugno di ferro contro gli ultimi, allontamento attraverso il daspo urbano di senza fissa dimora, tornelli all’università e alla stazione per allontanare i poveri, gentrificazione pianificata. Sul versante dei pochi centri sociali rimasti in città le cose non vanno meglio: al momento, anche Xm 24 è sotto minaccia di sgombero e ad invocarlo sono proprio i catto-renziani del Pd di Matteo I, che giocano ancora una volta a fare l’imitazione della Lega. Ritorna alla memoria lo sgombero di Atlantide, che a distanza di tre anni rimane vuota e murata. Atlantide oggi è un simbolo, è un avamposto. La sua storia insegna molto, anche adesso: guardando dalla finestra di Atlantide, si possono vedere ancora le cose cristallizzate come erano nell’ultimo istante, durante l’ultimo concerto, e quindi è davvero come vedere Pompei. Sepolta, paralizzata, sotto la cenere si crea però la brace. C’è qualcosa che brucia lì sotto, c’è qualcosa che sopravvive. Un villaggio che si è formato. Un Noi. Quella cenere, quel muro, spiegano molto bene qual’è l’idea di cultura che che porta avanti questo tipo di amministrazioni bipartisan, a colpi di idrante contro i manifestanti che portano il fuoco. Mi perdonerai se non ho una risposta su come superare questa repressione, se non: rimanendo uniti e portando il fuoco. Purtroppo tutto questo non è facile: l’eterna pioggia che cade dall’alto cerca di spegnere ogni fiammella, e anche se non la si può fermare, si può in qualche modo resistere. Portando il fuoco, appunto. Per questo anche la musica può svolgere un ruolo importantissimo. Dipende da noi la potenza sotterranea di un flusso che non si arresta, di una resistenza liquida capace di rimettere nelle mani delle persone le proprie vite: vite che portano il fuoco, acqua che porta la vita. Tra gli interstizi della civiltà, la vita sopravvive, infilandosi nelle brecce del sistema, vivendo nelle sue crepe. Infiliamo il dito tra le sue ferite. Viviamo grazie ai suoi errori.

5) I Marnero sono riusciti a raggiungere una certa trasversalità, pur suonando un genere piuttosto definito, seppur molto personale. Inoltre siete una delle poche realtà dal forte carattere DIY che sono riuscite nell’impresa di farsi apprezzare anche al di fuori dei circuiti più ristretti. Cosa rende oggi, nel 2018, il Do It Yourself una valida alternativa al mainstream? E’ possibile ricevere attenzione anche da chi non gravita all’interno dei circuiti più underground, senza annacquare la propria proposta? I Fugazi, pur con le dovute differenze, ci sono riusciti. I Marnero come vivono questa cosa?

Hai ragione, siamo un gruppo un po’ di traverso. Grazie a (o per colpa di) questo nostro essere borderline fra i vari generi, abbiamo potuto suonare in contesti e ambienti differenti. Suoniamo principalmente nei Centri Sociali, ma anche in Locali, Club, Circoli e Festival di tutti i tipi. Non di rado è successo, ad esempio, di suonare il venerdì ad un Festival con gruppi che suonavano con la pipa i microfoni a contatto e le piante grasse in assenza di gravità all’aperitivo, e il giorno dopo suonare ad un benefit politico in uno Squat, occupato da due ore e mezza, in cui i ragazzi stavano ancora cercando di allacciare la luce in modo D.i.y. e di bere BestBrau (che contrariamente al nome, non è la Miglior Birra) fino alle 6 del mattino, tipo a certi benefit per un contest di vomito. Per alcuni siamo troppo estremisti, per altri siamo troppo poco militant, e quelli a cui piace un preciso cliché musicale – e solo quello – non ci cagano perché non facciamo mica esattamente quel preciso genere musicale. E via così. Ma tutto questo, alla fine, è la nostra fortuna, perché possiamo suonare molto, cercare di portare uno sguardo altro in tutti i contesti, e imparare un sacco di cose nuove ogni volta. Soprattutto, per rispondere alla tua domanda, questo ci permette di cercare di aprire gli occhi su alcuni aspetti, negli uni e negli altri contesti, nel momento in cui ci accorgiamo che questi ambienti cercano di definirsi per separazione, con il germe dell’autovalorizzazione escludente, rimanendo nei recinti delle proprie abitudinarie confort zone. In un mondo in cui si spara dalla finestra ai migranti, e sfilano per le strade i carri armati che festeggiano l’arrivo dei nuovi fascismi, crediamo che possa servire anche il grido di uno stupido gruppo musicale che va in giro a dire “Ehi, amici! Siamo tutti sulla stessa barca!” E la barca è talmente piena da fare acqua da tutti i buchi. Siamo tutti qui insieme, sull’orlo della catastrofe, e tutti lo sanno… ma tutti fanno attenzione a non fare un movimento qualsiasi per paura, e nessuno si muove.


6) Come si prospettano i prossimi mesi? “Quando vedrai le navi in fiamme sarà giunta l’ora” è partito in tour con voi e le date fatte sono già numerose.

Ci piace andare in giro a suonare perché possiamo intersecare i percorsi di persone che diversamente non potremmo conoscere, ci piace andare a casa loro, a trovarli, a staccarli dagli schermi. Solo andando ai live c’è la possibilità di incontrarsi, di riconoscersi, di tessere una tela per costruire un Noi, di sentirsi sulla stessa barca. Ai concerti abbiamo conosciuto gli amici della vita, e soprattutto abbiamo intuito modalità per combattere e resistere quotidianamente ai mostri e le ossessioni che accompagnano noi, loro, che accompagnano tutti. Il live rimane l’unico vero modo per creare insieme, altri “insiemi”, basati sulla qualità delle relazioni e dell’incontro. Questo è quello che facciamo da sempre e per questo è impossibile immaginarsi, in quello che facciamo, di poter aspirare a diventare maggioritari, nella quantità di persone che ci possono seguire: una proposta del genere, per sua stessa natura, è minoritaria, recalcitrante e di nicchia. Perciò ci piace incontrare nel nostro cammino individui, e reti di individui, che si avvicinano a noi magari per la musica, ma che in realtà, come noi, non vogliono esaurirsi a sopravvivere. Con queste persone, forse, non abbiamo in comune una meta ma la volontà di un presente, fatto di Altrimenti e di Eppure. Per queste persone noi non abbiamo risposte, ma solo domande, e proponiamo attraverso delle canzoni, un semplice Come, fosse anche un modo per disprezzare il potere in maniera collettiva e divertente. Il fatto che questo tipo di momenti siano effimeri e non durevoli, non costituisce per noi motivo di resa.


7) Spazio a considerazioni libere e ultimi dettagli. Grazie per aver dedicato del tempo al blog Epidemic Records!

Ci piacerebbe riprendere le parole con cui si conclude “Le Navi in Fiamme”: da sempre, le rivoluzioni nascono nel momento del disastro, come reazioni dal basso, mentre tutto sta crollando. Ma forse stavolta la battaglia non è più per riconquistare un palazzo, un territorio, uno spazio, ma per riconquistare il proprio Tempo e determinarne la velocità. Non siamo in lotta contro il Tempo ma per un Tempo diverso, non più sottomesso al denaro e libero dalla paura. Vincere non dipende da noi, ma combattere sì, al nostro meglio fino a dove, e quanto, Malgrado ci permette di spingerci. Dipende da noi: l’unico rischio che corriamo, nel peggiore dei casi, è al limite soltanto lo sguardo incarognito del boia e di un altro paio di persone, mentre, nell’adempimento delle loro mansioni, si apprestano ad impiccarci.

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